L’istruttrice Antonella GIACOMINI ci riprova sullo HIELO PATAGONICO
Curiosità, Eventi e Manifestazioni, Personaggi — scritto da Pino Dellasega il 3 agosto 2009
Antonella Giacomini, (nella foto con il marito e forte scalatore Manrico Dallagnola) istruttrice della Scuola Italiana di Nordic Walking e una delle promotrici del Nordic Walking in Tour del Veneto sta per partire domani 4 agosto per un’altra grande avventura e spedizione. Nordicwalkingtime augura ad Antonella un grande successo e al suo ritorno pubblicheremo il resoconto della spedizione.
Antonella Giacomini ci riprova, insieme a Daniela Facchinetti sua compagna la scorsa estate nella traversata integrale del Vatnajökull, l’enorme ghiacciaio islandese famoso per le bizzarrie del suo vulcano attivo, è pronta a ripartire per lo Hielo Patagonico, il più grande ghiacciaio continentale che per ben due volte l’ha respinta. L’idea, per questa volta, non è quella di ritentare la traversata integrale da nord a sud, riuscita tra l’altro solo al norvegese Borge Ousland e lo svizzero Thomas Ullrich, ma di misurarsi con l’inverno patagonico lungo un tracciato che vede l’accesso inusuale, il ghiacciaio Chico, che si butta sul lago O’ Higgins, e un’uscita più nota come quella lungo il ghiacciaio Upsala sino all’estancia Cristina. Una bella avventura, per due donne sole in una terra femmina, ma poco incline alla dolcezza e agli sconti.
Islanda termina per A e quindi nella lingua italiana è un nome femminile, come Patagonia del resto. L’Islanda è un’isola e anche questo è un sostantivo femminile, come lo è regione o terra pensando alla Patagonia. Sorrido all’idea di quale stupidaggine mi sto inventando per giustificare un’altra avventura rosa (anche rosa e femminile perché concorda con avventura). Quindi non mi resta che piantarla con baggianate sdolcinate e cercare di ricordarmi perché mi sto nuovamente imbarcando in una spedizione al femminile.
Il tentativo, nel 2006, di attraversare lo Hielo Patagonico Sur con due compagne è stata un’esperienza forte sotto molti punti di vista. Quaranta giorni in totale solitudine, con condizioni meteo proibitive a tal punto da perdere tenda e materiale sotto quattro giorni di neve, hanno messo a dura prova le nostre capacità fisiche e mentali. Quando ripenso a quella settimana bloccate nella bufera mi passa per la mente l’immagine di una macchina operativa di un’efficienza disarmante, che non lascia spazio ad emozioni e paure; tre ingranaggi capaci di girare all’unisono in modo perfetto, senza che nulla interferisca. Emozioni e paure, per quanto diverse, c’erano dentro ognuna di noi, ma lì sono rimaste e lo dico con rammarico.
Un po’ di tempo fa parlavo con Silvia Metzeltin di questo tipo di esperienze e ricordando la sua spedizione femminile in Himalaya mi ha detto: “ Mai più!” Io non l’ho detto, ma l’ho pensato. E ha aggiunto “Ho imparato che ci sono alpiniste molto forti ed altre meno forti, ma soprattutto che ci sono modi e motivazioni diverse nel fare alpinismo”.
Ora, mentre scrivo, sono passati esattamente tre anni da quell’esperienza rosa ed ancora non ho trovato il coraggio di rileggere completamente il mio diario di quei giorni. Non mi sento abbastanza forte per farlo e quando ci penso mi chiedo se mai lo farò. Malgrado ciò, sia Silvia che io, ci siamo rimesse in gioco con delle compagne, in modo diverso, ricche probabilmente di esperienza, con la voglia sicuramente di scavare ancora un po’ nell’animo femminile. Così a fine giugno 2008 mi sono nuovamente ritrovata in aeroporto con sacca per gli sci e materiale vario da rimpicciolire ed alleggerire facendolo sparire nel magico bagaglio a mano che tutto inghiotte e che nessun assistente di volo deve toccare; rischio ernia lombo-sacrale. Daniela Facchinetti era la mia compagna. Non la conoscevo per nulla. Mi aveva rintracciata un anno prima per avere informazioni sullo Hielo, vorrebbe andarci da sola cosa che le sconsigliai caldamente. Mi è bastato dirle che da tempo pensavo di andare in Islanda e lei mi ha presa subito sul serio. Spedizione leggera da affrontare serenamente come una passeggiata, come si può pensare solo prima di partire. Leggera lo è stata, una passeggiata un po’ meno considerato qualche crepaccio in più e qualche fornelletto a benzina incendiatosi di troppo. Ma soprattutto…la coppia non è scoppiata!
Da qui nasce questa Patagonia in inverno. In inverno perché sono stanca di prendere i metri di neve primaverili e mi illudo che d’inverno il tempo sia più stabile (niente vero! Tutto il mondo è paese e anche la Patagonia ha ormai le stagioni bislacche), perché penso che i crepacci siano più chiusi (l’inverno del 2006 fu uno tra i più secchi in assoluto e tutta la neve la fece arrivate noi) e poi perché non ho più voglia di chiedere aspettativa ai miei dirigenti di cui non mi devo lamentare perché da quasi vent’anni mi concedono tutto (speriamo non lo legga Brunetta, comunque tutto senza stipendio!).
Che cosa mi fa paura di questa spedizione? I crepacci come sempre, dov’è tassativo non finirci dentro. Il freddo non tanto, anche se di notte lo sento mentre camminando sono una macchina a vapore. Il vento, le bufere e il white out, ma quelli li conosco e ci sono sempre quindi…. La cosa che mi preoccupa veramente sono le poche ore di luce, il rischio di non caricare le batterie e di rimanere così a piedi di tutto. Ma in qualche modo faremo. La cosa che mi dà fiducia è…avere una grande compagna.
Vi aggiorneremo durante i preparativi
Intanto vi diciamo che…ci seguono in questa nuova avventura: DOLOMITE, FERRINO, GABEL e KARPOS


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